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Dalla A.R.R.A. alla A.R.R.A. Rex – Arrarex, Vam e Caravel S.P.A.

arrarex

 

La A.R.R.A. (Anonima Reggiana Realizzazioni Autarchiche) è stata un’importante azienda emiliana con sede a Correggio. All’inizio degli anni ’30, prima azienda in Italia, iniziò la produzione di riduttori e di apparecchiature a metano per autoveicoli. Tali apparecchiature, brevettate da Angelo Scaravelli e note con il nome di “attrezzature REX per la carburazione a metano”, furono fin da subito stimate per la loro tecnologia all’avanguardia e per la loro affidabilità. Durante la seconda guerra mondiale la A.R.R.A. venne provvisoriamente trasferita in Lombardia e la produzione subì un importante rallentamento.

Nel dopoguerra l’azienda ampliò la sua sede in via Carpi ed effettuò importanti investimenti con lo scopo di potenziare e modernizzare le attrezzature. Questo consentì di eseguire nuove ed apprezzate lavorazioni. È in questo periodo che la A.R.R.A. si trasforma in A.R.R.A. Rex.

Alla fine degli anni ’50 la ARRAREX entrò in società con la milanese VAM (Vetraria Ambrosiana Milano) che nel 1956 aveva brevettato una semplice ma rivoluzionaria macchina da caffè a leva. Iniziò così l’importante produzione della macchina VAM che fece decollare definitivamente l’azienda.

Negli stessi anni, a Milano, la società commerciale Caravel S.P.A. iniziò una massiccia commercializzazione della macchina; oltre alla vendita diretta fu proposto l’innovativo sistema del “comodato d’uso”, vincolato ovviamente all’acquisto del caffè dalla stessa società.

Nei primi anni ’60 la macchina da caffè VAM cambiò definitivamente il nome in CARAVEL, pur restando sostanzialmente invariata nel funzionamento e nell’estetica. Il marchio VAM, composto da una particolare testa stilizzata, venne sostituito da una caravella. Inoltre fu applicata una scritta adesiva  “CARAVEL” sul frontale.

La CARAVEL, coperta da brevetto internazionale, si affermò rapidamente nel mondo.

Arrarex cessò l’attività produttiva alla fine degli anni ’70, a causa dell’avvento delle più pratiche ed economiche macchine domestiche quick mill.

Il marchio Caravel fu acquistato dalla Zerowatt di Alzano, che per un breve periodo produsse una macchina squadrata ed economica che fu commercializzata sia con il marchio Caravel che con il marchio Zerowatt.

 

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LEVER COFFEE MACHINE – La straordinaria collezione di Luca e Valentina

Duchessa coffee maker - Luca e Valentina
Valentina e Luca sono due collezionisti molto preparati, instancabili e attenti ai dettagli.
Innamorati delle macchine a Pressione di Pistone da molti anni – quando ne compravano e rivendevano per mercatini antiquari – solo di recente si sono concentrati sulla loro sistematica raccolta e catalogazione.
Condividono passione e ruoli per la collezione e la vita di coppia con lo stesso mistero che regola gli equilibri tra donna e uomo, alchimia che funziona.
Ci hanno presentato con timidezza e francescana modestia la raccolta di macchine a leva nella loro casa vicino a Cesena. A nostro giudizio è tra le più belle e complete tra quelle conosciute:
un centinaio di bellissimi oggetti lucenti e ben ordinati, molte macchine estremamente rare, tra cui vari pezzi mai visti in nessun’altro luogo.
Saranno presentati nel tempo su queste pagine con dettagliate descrizioni e splendide foto di ogni loro particolare.
Valentina e Luca collezionano con intelligenza e l’attenzione è rivolta alla straordinaria qualità più che all’ordinaria quantità.
Siamo veramente felici di ospitare nelle pagine di Ingenium Caffè questa preziosa raccolta di macchine a leva e orgogliosi della speciale collaborazione di Valentina Gregori e Luca Guazzerini.

Mauro e Marco

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CAFFÈ IN VIAGGIO – Quando le automobili facevano anche il caffè

Hertella auto

Già qualche anno prima della Grande Guerra la caffettiera “Adele” prodotta dalla Fratelli Santini di Ferrara permetteva di preparare due tazze di fumante caffè fuori dalle mura di casa. Caricata la macchinetta con acqua e macinato di caffè, qualsiasi sparuto luogo all’aperto poteva trasformarsi velocemente nel salotto desiderato. La caffettiera ingloba in sé le necessarie tazze in un perfetto incastro alla sua base e, naturalmente, il fornelletto con la pastiglia di meta per scaldare l’acqua e avviare il processo di estrazione a “Pressione di vapore”. Pochi minuti e il piccolo “bussolotto” (circa Ø 6 x h.15 cm) in ottone nichelato riversa direttamente il caffè in tazza dal suo beccuccio di sommità.

Prima che gli ultimi anni di Belle Époque cedessero il passo alla tragedia della guerra mondiale e al Secolo Breve, la relativa prosperità di alcune classi sociali era scandita anche da riti modaioli come bere una tazza di caldo caffè, espressamente preparato sul prato dell’ultima gita. Possiamo immaginare la scena come una sorta di “Le déjeuner sur l’herbe” di Édouard Manet, ma con caffettiera al seguito!

Alla caffettiera “Adele” si affiancarono poi altri apparati simili – per materiali, forme e sistema di funzionamento – come il modello “Sport” prodotto dalla Figli di Silvio Santini; la Stella modello “S” prodotta dalla Officine Metallurgiche di Gino Sgarbi e Girolamo Chiozzi e, ancora a Ferrara e dintorni, il modello “Vittoria” prodotto dalla Metallurgica Brandani & C.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento Ferrara fu frenetica fucina per numerose aziende che cominciarono a operare nella produzione di macchine da caffè, alcune di loro raggiungendo notevole rilevanza a livello nazionale. Aziende che per molto tempo elevarono Ferrara a capitale industriale di questo settore.

Il fenomeno sociale di preparare e gustare una tazza di caffè all’aperto si rafforzò nel periodo a cavallo delle due Guerre, ed esplose poi in Italia con il “boom economico” degli anni Cinquanta e Sessanta, fin tanto che il numero di locali pubblici e bar divenne così diffuso e capillare sul territorio da sopperire senza rimpianti ai “caffè fai da te”.

Moda e modernità divennero quindi gustare un “espresso” ai tavolini o al bancone di un bar, preparato con macchine nuove e potenti che per la prima volta nella storia estraevano “crema-caffè” mai bevuti prima.

Evoluzione, emancipazione e progresso non risiedevano più nel preparare caffè ovunque con piccole caffettiere ad alcol, ma vivere la scena con le due nuove protagoniste di metà Novecento: l’elettricità e l’automobile.

Se in tutte le abitazioni arriva l’elettricità e gli utensili per i lavori domestici e la cucina si trasformeranno in elettro-domestici, in alcune automobili entra invece la caffettiera: prestigioso accessorio a uso esclusivo del nuovo ego della motorizzazione di massa.

Le “moderne” automobili di quegli anni sono sempre più affidabili e prestanti per andare veloci e lontano, oltre il semplice “fuoriporta”. Si può viaggiare per molte ore, non solo per raggiungere altre località, ma per il gusto stesso del viaggio. Lo spostamento avviene con un nuovo, confortevole mezzo, esperienza in sé mai provata prima dalle persone comuni.

L’automobile come moderno salotto dove la famiglia si ritrova unita e vicina, può parlare e commentare i sempre nuovi paesaggi offerti dal finestrino. Come ogni salotto pure l’auto viene personalizzata dagli “abitanti” nei suoi arredi con tendine e plaid a quadri, immaginette sacre o profane sul cruscotto, calendarietti e deodoranti, bambolotti e finti cani dalla testa oscillante sulla cappelliera.

La disponibilità a bordo di energia elettrica a 12 Volt alimenterà radio e mangiacassette per la giusta colonna sonora del viaggio/vacanza, piccoli ventilatori magnetici come surrogati dell’aria condizionata e, naturalmente, apposite caffettiere vincolate alla struttura dell’auto per non rinunciare al caffè di casa!

Nell’Europa continentale il “contagio” della caffettiera in auto arriva negli anni Sessanta dalla Germania (allora) Ovest con le “Auto-Kaffeemaschine” della “Paluxette” ed “Hertella” realizzate in luccicante metallo cromato per non essere da meno degli allestimenti interni di derivazione americana. Ogni pezzo dell’apparato è saldamente bloccato all’altro e il tutto al cruscotto, la presa di alimentazione è quella dell’accendisigari, il sistema di estrazione a “pressione di vapore” o a semplice “percolazione”. Il risultato in tazza doveva comunque garantire altri chilometri in piena lucidità.

Negli stessi anni in Italia le caffettiere nelle auto eleganti si chiamano “Lucciola”, che può funzionare anche alla rete elettrica di casa e “Velox”, completa di un ricco corredo di accessori.

Probabilmente i successivi Codici della Strada non avrebbero consentito tale distrazione, farsi un caffè al volante dell’auto sarebbe certamente sanzionato come mandare messaggi con lo smartphone. Il caffè al cruscotto fu una storia dalla vita breve, non ci fu neppure il tempo di perfezionare gli appositi apparati che i primi “ristori a ponte” – d’importazione americana – iniziarono a colonizzare le autostrade italiane e poi anche quelle europee, offrendo caffè e molto altro ancora.

Era stato inventato l’Autogrill: il punto “sosta caffè” per antonomasia.

Il cruscotto rimase invece per molto tempo ancora esclusivo appannaggio del magnete in finta pelle con le minifoto in bianconero di figli e santi protettori.

Dovranno trascorrere oltre cinquant’anni per arrivare ad oggi e ritrovare presentato come novità assoluta il binomio auto-caffè.

Ci riprovano addirittura in due.

La Fiat con la sua nuova 500L, pensata per gite, vacanze e caffè espresso estratto da capsule in plastica di una notissima torrefazione italiana.

La francese Handpresso, per qualsiasi altra auto e torrefazione, promette pure un espresso di alta qualità estratto alla giusta pressione da cialde in carta, in modo facile e sicuro. Per questo piccolo lusso automobilistico basta solo anticipare il prezzo dei centocinquanta caffè che non prenderemo al bar.

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DAL TOSTINO ALLA CAPSULA – Gli ” ultracorpi ” del caffè

Caffettiere Ultracorpi

Il caffè ha sempre avuto bisogno di specifici apparati ma anche di accortezze e riguardi perché il chicco potesse cedere alla tazza le proprie sostanze, tanto da rendere al sapore della bevanda quanto il profumo del tostato era in grado di offrire al naso.

L’intero processo comportava grande complessità, tenuto soprattutto conto delle innumerevoli variabili: la tostatura del chicco crudo; la conservazione; il grado di macinatura; la temperatura e la pressione dell’acqua; i tempi di infusione; il rapporto tra quantità d’acqua e macinato di caffè.

Il sogno nel XIX secolo era affidare il ciclo per la preparazione del caffè a un prodigioso automa-caffettiera, tanto da escludere la mano dell’uomo da un processo così delicato da preludere esiti sempre diversi e mai scontati in termini di qualità.Fu proprio durante questo secolo che venne progettato e commercializzato tutto ciò che si poteva concepire in fatto di metodologie per estrarre la bevanda e in materia di macchine da caffè. In tutta Europa decine di “intraprendenti” inseguirono l’obiettivo di progettare una macchina perfetta. Un apparato che potesse produrre la miglior tazza di caffè con la minor quantità di materia prima, facile da utilizzare, affidabile in sicurezza e quanto più automatizzato per un risultato certo e garantito.

La macchina da caffè non si sottrasse all’effervescenza tecnologica e all’eclettismo inventivo che caratterizzò – come mai era successo prima – gli oggetti e la vita dell’uomo da metà Ottocento. Molte idee e progetti sono rimasti tali, non uscendo mai dagli uffici brevetti. Si trattava di soluzioni che la tecnologia dell’epoca non permetteva ancora di realizzare in modo affidabile.

Alcune macchine comprendevano meccanismi e automatismi complessi manovrabili esclusivamente da esperti, la cui perizia non era comunque sufficiente a scongiurare incendi o esplosioni.

Dei veri e propri “ Ultracorpi ” che tentarono – con largo anticipo sui tempi – di invadere cucine e sale da pranzo, senza però essere ancora perfettamente abili di confondersi e insinuarsi, entrare nel quotidiano delle case, tanto il loro aspetto era inconsueto e pure temibile.

Il XX secolo non sarà altrettanto capace di resistere all’invasione. Nuovi ponti spazio-temporali consentiranno agilmente di espugnare le cucine delle case: cavi elettrici su tralicci supereranno fiumi e monti fino ad insinuarsi nelle città, nei paesi e in ogni spazio della vita.

La preparazione domestica del caffè doveva necessariamente passare attraverso le stesse arcaiche fasi di sempre: la tostatura dei chicchi verdi sulle braci del camino o sulla fiamma della “cucina economica” con padelle e tostini di ferro; la macinatura del chicco tostato mediante attrezzi manuali di legno e metallo che mettevano a dura prova polso e gomito; il riscaldamento dell’acqua per l’infusione che poteva contare esclusivamente sulla libera fiamma, fosse anch’essa scaturita dal moderno fornelletto autoestinguente in dotazione alla caffettiera, alimentato con alcol etilico o cherosene raffinato e accesso con fiammiferi al fosforo rosso.

Con la diffusione dell’elettricità il “secolo breve” non risparmierà profonde innovazioni neppure alla preparazione del caffè, con apparecchi domestici che macineranno senza sforzo, altri che scalderanno l’acqua senza fiamma e altri ancora che faranno tutto insieme, infuso compreso. La tostatura non sarà più una complicata incombenza casalinga, affidata ad abili artigiani e poi anche all’industria.

Le varie caffettiere già in uso vennero “aggiornate” avvolgendole con una resistenza alla base, ma intanto si gettava anche uno sguardo ai modelli, materiali e forme delle consorelle maggiori in uso nei locali pubblici. La tendenza delle macchine da bar a influenzare quelle casalinghe si può osservare nei modelli ricavati dagli imponenti apparati che troneggiano sui banconi dei caffè italiani dell’epoca. Snider e La Pavoni a Milano, La Victoria Arduino a Torino e Eterna-Watt a Pavia sono i nomi delle principali ditte che producono queste macchine. Modelli che ispirano anche il design di altre bellissime caffettiere, come le sinuose SIMERAC di Ferrara degli anni Trenta, alcune ricordano vere e proprie “astronavi aliene” con tanto di beccucci erogatori, sfiati e vari spinotti elettrici per adattarsi alle diverse tensioni che coesistevano in Italia.

Gli anni Cinquanta inizieranno con una innovazione che permetterà per la prima volta di degustare al bar l’espresso con la crema. Il sistema “a Pistone” elimina il vapore dall’estrazione della bevanda – che aveva il difetto di conferirle un retrogusto di bruciato – utilizzando la sola acqua bollente spinta con gran pressione attraverso il filtro del macinato tramite un pistone azionato manualmente da una leva. Ritroveremo lo stesso sistema nelle cucine di casa, con i modelli “Gilda” e “Gilda 54”, prodotti dalla Gaggia o con il “Faemina” della Faema, seguiti nel successivo decennio da La Cimbali con la “Microcimbali” e La Pavoni con “Europiccola”, e altre ancora come “Caffomatic”, “Caravel”, “La Peppina”.

Sono questi gli anni del rifiorire di idee e brevetti favoriti dai crescenti livelli di progresso e condizioni di benessere mai conosciuti in passato dagli italiani. Per la prima volta esisteva una vastissima scelta di caffettiere: ai marchi storici si affiancarono nuove aziende e tanti piccoli produttori che commercializzavano anche un solo modello.

Bellezza, praticità, funzionalità furono le nuove parole d’ordine: il disegno industriale perde l’anonimato e diventa design.

Gli anni Settanta riproporranno (così come era già avvenuto nei precedenti anni Dieci, Trenta, Cinquanta e lo sarà poi ancora nei successi anni Novanta del ‘900) la caffettiera-sveglia: al suono del meccanismo, l’apparato riversa in tazza le ultime gocce di caffè appena preparato e accende la abat-jour. È un modesto sogno italiano che si realizza, un alibi tecnologico alla pigrizia mattutina che consente agli “ Ultracorpi ” del caffè di invadere, oltre la cucina, la camera da letto.

Il XXI secolo non ha raffronti verosimili, fiero e forte di elettronica, microprocessori, sensori, materiali high-tech, design e della tanta esperienza dei secoli passati. Propone apparati “smart” in grado di compiere l’intero ciclo di preparazione della bevanda con celato sforzo, con qualità sempre omogenea e con la sicurezza di chi si sente veramente bello perché figlio del Top Designer dell’anno.

Contenere il macinato di caffè in cialde di carta o capsule di alluminio – tostato macinato dosato compresso al punto giusto – consente a tutti di fare lo stesso identico caffè, ma a nessuno di farlo più buono.

Non siamo sicuri che il futuro del rito italiano della preparazione domestica del caffè si rappresenterà solo con l’introduzione di capsule colorate in questi “ Ultracorpi ” luminosi che trattengono avidi in sè il profumo e l’aroma del caffè, destinati – storicamente – a impregnare l’aria e le mura di casa.

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The INGENIUMCAFFÈ project

“there is no cooking process in which the results are as uncertain as when making coffee; and there is certainly no other process in which every small variation produces such different effects”. (Benjamin Thompson, 1753-1814)

We were both profoundly captivated by this quote of the eclectic Count Rumford.

Unlike tea, preparing a good coffee has never been easy. The perfect cup of coffee is the blend of a quality ingredient and the use of machine that enhances flavors and scents of the ground.

In more than four centuries, many people have devoted themselves to the pursuit of the “perfect machine” that could produce the best results. From this inventive fervor, our story begins.

Ingenium Caffè is born from the synergy between two top experts in the field, moved by the strong passion and desire to share their knowledge.

Ingenium Caffè does not explore the preparation of the beverage as food, nor the technical alchemy of roasting and grinding.

Ingenium Caffè analyzes, through history, documents, patents and photography, the inventive and technological spirit of the “coffee rite”, in addition to the birth and evolution of the many incredible devices created and experimented “just” to drink a good coffee.

The photographic story of each single coffee maker, personally edited from the filming to the presentation by the authors, will help to make every object interesting and exhaustive, and may even arouse that much curiosity to contact us for further, personalized information.

Ingenium Caffè is the perfect place for those who want to know more, understand how a coffee maker works, or its rarity; For those who are simply curious to discover an unexpected world of our history and culture; For those who want to be enthused with the knowledge of over one thousand objects – witnesses gathered in our personal collections and presented in these pages.

Buon caffè a tutti!

Mauro e Marco

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Il progetto INGENIUMCAFFÈ

“Non esiste un procedimento culinario così soggetto ad incertezza di risultati come fare il caffè; e certamente non ne esiste nessuno in cui ogni piccola variante nel modo di operare produca effetti più sensibili” (Benjamin Thompson, 1753-1814)

Siamo stati entrambi profondamente catturati dalla celebre massima dell’eclettico conte Rumford.

A differenza del tè, preparare un buon caffè non è mai stata cosa semplice. La perfetta riuscita in tazza è il connubio tra la scelta di un ingrediente di qualità e l’utilizzo di un apparato in grado di esaltare sapori e profumi del macinato. In oltre quattro secoli molte persone si sono dedicate alla continua ricerca della “macchina perfetta” che desse il migliore dei risultati. Proprio da questo fervore inventivo ha inizio la nostra storia.

Ingenium Caffè nasce dalla sinergia tra due massimi esperti in materia, mossi dalla forte passione e voglia di condividere le proprie conoscenze.

Ingenium Caffè non esplora la preparazione della bevanda come alimento, né tantomeno le alchemiche tecniche della tostatura e macinatura.

Ingenium Caffè vuole analizzare, attraverso la storia, i documenti, i brevetti e la fotografia, lo spirito inventivo e tecnologico del “rito del caffè”, oltre alla nascita e all’evoluzione dei tanti incredibili apparati creati e sperimentati “solo” per poter bere un buon caffè.

Il racconto fotografico di ogni singola caffettiera, curato personalmente dalla ripresa alla presentazione, contribuirà a rendere ogni post/oggetto interessante ed esaustivo, e riuscirà magari a suscitare anche quel tanto di curiosità da spingervi a contattarci per ulteriori e personalizzate informazioni.

Ingenium Caffè vuole essere il “posto giusto” per chi desidera saperne di più, conoscere il sistema di funzionamento o la rarità di una caffettiera; per chi è semplicemente curioso di scoprire un mondo inaspettato della nostra storia e cultura; per chi vuole entusiasmarsi con gli oltre mille oggetti-testimoni raccolti nelle nostre personali collezioni e presentati in queste pagine.

Buon caffè a tutti!

Mauro e Marco

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Mauro Carli

Mauro Carli

Mauro Carli nasce nel 1961 a Cecina, in provincia di Livorno, dove vive e lavora.

La passione per le macchine da caffè d’epoca inizia nei primi anni Novanta. L’interesse per il disegno industriale e per la ricerca, stimolato dai trascorsi studi universitari alla Facoltà di Architettura di Firenze, lo porta ad affiancare al collezionismo lo studio storico e iconografico di brevetti e trattati sull’argomento, in special modo quelli pubblicati nel XIX secolo. In oltre venticinque anni la sua raccolta si arricchisce di rari e pregiati esemplari provenienti da vari paesi del mondo.

Come esperto ha scritto articoli e saggi sulla storia della macchina da caffè ad uso domestico per riviste nazionali ed europee, partecipa a trasmissioni radiofoniche ed è ospite di programmi televisivi. Ha collaborato con Patrizio Roversi al documentario Tutto fa Storia per History Channel. Come coautore pubblica il volume “Coffee Makers – Macchine da Caffè” quattrocento anni di storia degli apparati per il caffè raccontati con migliaia di immagini e testi in oltre settecento pagine.

In occasione di Expo Milano 2015 è presente con oltre cento pezzi della propria collezione nelle mostre “Arts&Foods” a La Triennale e “Cucine&Ultracorpi” al Triennale Design Museum, con un ampio saggio sul catalogo della mostra.


Mauro Carli was born in 1961 in Cecina, near Livorno where he lives and works. His passion for vintage coffee makers began in the early years of the 1990s. During his experience at the Faculty of Architecture of Florence, he developed his interests for Industrial Design. This passion inspires him to become a collector and researcher of the subject with special attention for patents and iconography published in the XIX century.

His collection has many rare and valuable relics from all around the world. As an expert, he has written many articles and essays about the history of domestic coffee machines which can be found in Italian and European magazines. He has been a guest on several radio and TV shows. Among his many collaborations particularly noteworthy is the one with Patrizio Roversi for the History Channel documentary: “Tutto fa storia”, or Everything Makes History.
As a co-Author, he published “Coffee Makers – Macchine da Caffè” 400 years of coffee machines described with thousands of images in over 600 pages.

He also participated at the Expo Milano 2015 with over 100 pieces of his collection. Notable mentions are also his presence at expositions such as “Arts&Foods” at the “La Triennale” and “Cucine&Ultracorpi” at the “Triennale Design Museum” with an extended essay in the exhibition catalogue.

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Marco Bachi

Marco Bachi

Marco Bachi nasce a Prato nel 1978. Sin da piccolo la sua innata curiosità e spirito di osservazione sono alimentate dall’ambiente familiare in cui cresce, particolarmente creativo e stimolante. Negli anni sviluppa una forte passione per la fotografia ma anche per gli oggetti e gli strumenti d’antiquariato.

Affascinato dall’apparente stranezza delle forme e l’inusuale impiego dei materiali, ne studia le caratteristiche, le tecniche progettuali e costruttive, esplorando l’arte che si nasconde dietro a ciascun oggetto d’epoca. Grazie alle sue capacità manuali, alla meticolosa precisione e alla sua passione per la cura dei dettagli, scopre e perfeziona l’arte e la tecnologia del restauro conservativo, raggiungendo sorprendenti risultati di qualità in opere di restauro.

All’età di 24 anni, incontra il complesso mondo del caffè e da allora affina le tecniche di preparazione casalinghe oltre ad approfondire la ricerca sull’estrazione della bevanda.

Scopre un mondo curioso e geniale che lo affascina e lo cattura.
La caffettiera è l’oggetto che concilia molte delle sue passioni: arte e armonia delle forme, design, meccanica e restauro, caffè e antichi oggetti di uso comune. Inizia così lo studio approfondito dei sistemi di funzionamento, dagli antichi e complessi apparati dei primi Novecento alle più semplici ed economiche caffettiere del dopoguerra. Effettua numerose ricerche sui materiali utilizzati nelle varie epoche e sui marchi.

Negli anni ha l’opportunità di osservare da vicino centinaia di caffettiere. Raccoglie brevetti, pubblicazioni, cataloghi e migliaia di pubblicità originali dell’epoca.

Per completezza storica documentale e degli apparati presenti, la collezione è da considerarsi tra le più importanti e qualificate.


Marco Bachi was born in Prato (Italy) in 1978 in a family which provided him a particularly creative environment that helped him since childhood to develop an observant and creative personality.

Growing up, he developed a keen interest in photography and in antique trade objects and instruments.

This fascination for antique trade models lead him to study their design and production techniques, exploring in more depth the artistry inspiring each object. Embracing this passion, Marco dedicates himself to the art and technology of conservative restoration with great success owing to the precision of his manual ability.

At 24 years of age he discovered the complex culture of coffee, since when he has explored the techniques for preparing this beverage.

He has discovered a curious and convivial world, and has been charmed by it.

The “Caffettiera” becomes for him the art that brings together design, restoration, antiques and mechanics along with everyday objects and coffee. He starts specialized studies of early 20th century complex machinery and rudimentary and affordable post-war coffee makers. He carries out in depth research on the materials deployed in heritage brands, observing over the years hundreds of coffee machines of every type and era. His archives comprise a vintage collection of patents, publications and catalogs and his collection has to be considered amongst the finest and most highly qualified.