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Dalla A.R.R.A. alla A.R.R.A. Rex – Arrarex, Vam e Caravel S.P.A.

arrarex

 

La A.R.R.A. (Anonima Reggiana Realizzazioni Autarchiche) è stata un’importante azienda emiliana con sede a Correggio. All’inizio degli anni ’30, prima azienda in Italia, iniziò la produzione di riduttori e di apparecchiature a metano per autoveicoli. Tali apparecchiature, brevettate da Angelo Scaravelli e note con il nome di “attrezzature REX per la carburazione a metano”, furono fin da subito stimate per la loro tecnologia all’avanguardia e per la loro affidabilità. Durante la seconda guerra mondiale la A.R.R.A. venne provvisoriamente trasferita in Lombardia e la produzione subì un importante rallentamento.

Nel dopoguerra l’azienda ampliò la sua sede in via Carpi ed effettuò importanti investimenti con lo scopo di potenziare e modernizzare le attrezzature. Questo consentì di eseguire nuove ed apprezzate lavorazioni. È in questo periodo che la A.R.R.A. si trasforma in A.R.R.A. Rex.

Alla fine degli anni ’50 la ARRAREX entrò in società con la milanese VAM (Vetraria Ambrosiana Milano) che nel 1956 aveva brevettato una semplice ma rivoluzionaria macchina da caffè a leva. Iniziò così l’importante produzione della macchina VAM che fece decollare definitivamente l’azienda.

Negli stessi anni, a Milano, la società commerciale Caravel S.P.A. iniziò una massiccia commercializzazione della macchina; oltre alla vendita diretta fu proposto l’innovativo sistema del “comodato d’uso”, vincolato ovviamente all’acquisto del caffè dalla stessa società.

Nei primi anni ’60 la macchina da caffè VAM cambiò definitivamente il nome in CARAVEL, pur restando sostanzialmente invariata nel funzionamento e nell’estetica. Il marchio VAM, composto da una particolare testa stilizzata, venne sostituito da una caravella. Inoltre fu applicata una scritta adesiva  “CARAVEL” sul frontale.

La CARAVEL, coperta da brevetto internazionale, si affermò rapidamente nel mondo.

Arrarex cessò l’attività produttiva alla fine degli anni ’70, a causa dell’avvento delle più pratiche ed economiche macchine domestiche quick mill.

Il marchio Caravel fu acquistato dalla Zerowatt di Alzano, che per un breve periodo produsse una macchina squadrata ed economica che fu commercializzata sia con il marchio Caravel che con il marchio Zerowatt.

 

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LEVER COFFEE MACHINE – La straordinaria collezione di Luca e Valentina

Duchessa coffee maker - Luca e Valentina
Valentina e Luca sono due collezionisti molto preparati, instancabili e attenti ai dettagli.
Innamorati delle macchine a Pressione di Pistone da molti anni – quando ne compravano e rivendevano per mercatini antiquari – solo di recente si sono concentrati sulla loro sistematica raccolta e catalogazione.
Condividono passione e ruoli per la collezione e la vita di coppia con lo stesso mistero che regola gli equilibri tra donna e uomo, alchimia che funziona.
Ci hanno presentato con timidezza e francescana modestia la raccolta di macchine a leva nella loro casa vicino a Cesena. A nostro giudizio è tra le più belle e complete tra quelle conosciute:
un centinaio di bellissimi oggetti lucenti e ben ordinati, molte macchine estremamente rare, tra cui vari pezzi mai visti in nessun’altro luogo.
Saranno presentati nel tempo su queste pagine con dettagliate descrizioni e splendide foto di ogni loro particolare.
Valentina e Luca collezionano con intelligenza e l’attenzione è rivolta alla straordinaria qualità più che all’ordinaria quantità.
Siamo veramente felici di ospitare nelle pagine di Ingenium Caffè questa preziosa raccolta di macchine a leva e orgogliosi della speciale collaborazione di Valentina Gregori e Luca Guazzerini.

Mauro e Marco

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CAFFÈ IN VIAGGIO – Quando le automobili facevano anche il caffè

Hertella auto

Già qualche anno prima della Grande Guerra la caffettiera “Adele” prodotta dalla Fratelli Santini di Ferrara permetteva di preparare due tazze di fumante caffè fuori dalle mura di casa. Caricata la macchinetta con acqua e macinato di caffè, qualsiasi sparuto luogo all’aperto poteva trasformarsi velocemente nel salotto desiderato. La caffettiera ingloba in sé le necessarie tazze in un perfetto incastro alla sua base e, naturalmente, il fornelletto con la pastiglia di meta per scaldare l’acqua e avviare il processo di estrazione a “Pressione di vapore”. Pochi minuti e il piccolo “bussolotto” (circa Ø 6 x h.15 cm) in ottone nichelato riversa direttamente il caffè in tazza dal suo beccuccio di sommità.

Prima che gli ultimi anni di Belle Époque cedessero il passo alla tragedia della guerra mondiale e al Secolo Breve, la relativa prosperità di alcune classi sociali era scandita anche da riti modaioli come bere una tazza di caldo caffè, espressamente preparato sul prato dell’ultima gita. Possiamo immaginare la scena come una sorta di “Le déjeuner sur l’herbe” di Édouard Manet, ma con caffettiera al seguito!

Alla caffettiera “Adele” si affiancarono poi altri apparati simili – per materiali, forme e sistema di funzionamento – come il modello “Sport” prodotto dalla Figli di Silvio Santini; la Stella modello “S” prodotta dalla Officine Metallurgiche di Gino Sgarbi e Girolamo Chiozzi e, ancora a Ferrara e dintorni, il modello “Vittoria” prodotto dalla Metallurgica Brandani & C.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento Ferrara fu frenetica fucina per numerose aziende che cominciarono a operare nella produzione di macchine da caffè, alcune di loro raggiungendo notevole rilevanza a livello nazionale. Aziende che per molto tempo elevarono Ferrara a capitale industriale di questo settore.

Il fenomeno sociale di preparare e gustare una tazza di caffè all’aperto si rafforzò nel periodo a cavallo delle due Guerre, ed esplose poi in Italia con il “boom economico” degli anni Cinquanta e Sessanta, fin tanto che il numero di locali pubblici e bar divenne così diffuso e capillare sul territorio da sopperire senza rimpianti ai “caffè fai da te”.

Moda e modernità divennero quindi gustare un “espresso” ai tavolini o al bancone di un bar, preparato con macchine nuove e potenti che per la prima volta nella storia estraevano “crema-caffè” mai bevuti prima.

Evoluzione, emancipazione e progresso non risiedevano più nel preparare caffè ovunque con piccole caffettiere ad alcol, ma vivere la scena con le due nuove protagoniste di metà Novecento: l’elettricità e l’automobile.

Se in tutte le abitazioni arriva l’elettricità e gli utensili per i lavori domestici e la cucina si trasformeranno in elettro-domestici, in alcune automobili entra invece la caffettiera: prestigioso accessorio a uso esclusivo del nuovo ego della motorizzazione di massa.

Le “moderne” automobili di quegli anni sono sempre più affidabili e prestanti per andare veloci e lontano, oltre il semplice “fuoriporta”. Si può viaggiare per molte ore, non solo per raggiungere altre località, ma per il gusto stesso del viaggio. Lo spostamento avviene con un nuovo, confortevole mezzo, esperienza in sé mai provata prima dalle persone comuni.

L’automobile come moderno salotto dove la famiglia si ritrova unita e vicina, può parlare e commentare i sempre nuovi paesaggi offerti dal finestrino. Come ogni salotto pure l’auto viene personalizzata dagli “abitanti” nei suoi arredi con tendine e plaid a quadri, immaginette sacre o profane sul cruscotto, calendarietti e deodoranti, bambolotti e finti cani dalla testa oscillante sulla cappelliera.

La disponibilità a bordo di energia elettrica a 12 Volt alimenterà radio e mangiacassette per la giusta colonna sonora del viaggio/vacanza, piccoli ventilatori magnetici come surrogati dell’aria condizionata e, naturalmente, apposite caffettiere vincolate alla struttura dell’auto per non rinunciare al caffè di casa!

Nell’Europa continentale il “contagio” della caffettiera in auto arriva negli anni Sessanta dalla Germania (allora) Ovest con le “Auto-Kaffeemaschine” della “Paluxette” ed “Hertella” realizzate in luccicante metallo cromato per non essere da meno degli allestimenti interni di derivazione americana. Ogni pezzo dell’apparato è saldamente bloccato all’altro e il tutto al cruscotto, la presa di alimentazione è quella dell’accendisigari, il sistema di estrazione a “pressione di vapore” o a semplice “percolazione”. Il risultato in tazza doveva comunque garantire altri chilometri in piena lucidità.

Negli stessi anni in Italia le caffettiere nelle auto eleganti si chiamano “Lucciola”, che può funzionare anche alla rete elettrica di casa e “Velox”, completa di un ricco corredo di accessori.

Probabilmente i successivi Codici della Strada non avrebbero consentito tale distrazione, farsi un caffè al volante dell’auto sarebbe certamente sanzionato come mandare messaggi con lo smartphone. Il caffè al cruscotto fu una storia dalla vita breve, non ci fu neppure il tempo di perfezionare gli appositi apparati che i primi “ristori a ponte” – d’importazione americana – iniziarono a colonizzare le autostrade italiane e poi anche quelle europee, offrendo caffè e molto altro ancora.

Era stato inventato l’Autogrill: il punto “sosta caffè” per antonomasia.

Il cruscotto rimase invece per molto tempo ancora esclusivo appannaggio del magnete in finta pelle con le minifoto in bianconero di figli e santi protettori.

Dovranno trascorrere oltre cinquant’anni per arrivare ad oggi e ritrovare presentato come novità assoluta il binomio auto-caffè.

Ci riprovano addirittura in due.

La Fiat con la sua nuova 500L, pensata per gite, vacanze e caffè espresso estratto da capsule in plastica di una notissima torrefazione italiana.

La francese Handpresso, per qualsiasi altra auto e torrefazione, promette pure un espresso di alta qualità estratto alla giusta pressione da cialde in carta, in modo facile e sicuro. Per questo piccolo lusso automobilistico basta solo anticipare il prezzo dei centocinquanta caffè che non prenderemo al bar.

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DAL TOSTINO ALLA CAPSULA – Gli ” ultracorpi ” del caffè

Caffettiere Ultracorpi

Il caffè ha sempre avuto bisogno di specifici apparati ma anche di accortezze e riguardi perché il chicco potesse cedere alla tazza le proprie sostanze, tanto da rendere al sapore della bevanda quanto il profumo del tostato era in grado di offrire al naso.

L’intero processo comportava grande complessità, tenuto soprattutto conto delle innumerevoli variabili: la tostatura del chicco crudo; la conservazione; il grado di macinatura; la temperatura e la pressione dell’acqua; i tempi di infusione; il rapporto tra quantità d’acqua e macinato di caffè.

Il sogno nel XIX secolo era affidare il ciclo per la preparazione del caffè a un prodigioso automa-caffettiera, tanto da escludere la mano dell’uomo da un processo così delicato da preludere esiti sempre diversi e mai scontati in termini di qualità.Fu proprio durante questo secolo che venne progettato e commercializzato tutto ciò che si poteva concepire in fatto di metodologie per estrarre la bevanda e in materia di macchine da caffè. In tutta Europa decine di “intraprendenti” inseguirono l’obiettivo di progettare una macchina perfetta. Un apparato che potesse produrre la miglior tazza di caffè con la minor quantità di materia prima, facile da utilizzare, affidabile in sicurezza e quanto più automatizzato per un risultato certo e garantito.

La macchina da caffè non si sottrasse all’effervescenza tecnologica e all’eclettismo inventivo che caratterizzò – come mai era successo prima – gli oggetti e la vita dell’uomo da metà Ottocento. Molte idee e progetti sono rimasti tali, non uscendo mai dagli uffici brevetti. Si trattava di soluzioni che la tecnologia dell’epoca non permetteva ancora di realizzare in modo affidabile.

Alcune macchine comprendevano meccanismi e automatismi complessi manovrabili esclusivamente da esperti, la cui perizia non era comunque sufficiente a scongiurare incendi o esplosioni.

Dei veri e propri “ Ultracorpi ” che tentarono – con largo anticipo sui tempi – di invadere cucine e sale da pranzo, senza però essere ancora perfettamente abili di confondersi e insinuarsi, entrare nel quotidiano delle case, tanto il loro aspetto era inconsueto e pure temibile.

Il XX secolo non sarà altrettanto capace di resistere all’invasione. Nuovi ponti spazio-temporali consentiranno agilmente di espugnare le cucine delle case: cavi elettrici su tralicci supereranno fiumi e monti fino ad insinuarsi nelle città, nei paesi e in ogni spazio della vita.

La preparazione domestica del caffè doveva necessariamente passare attraverso le stesse arcaiche fasi di sempre: la tostatura dei chicchi verdi sulle braci del camino o sulla fiamma della “cucina economica” con padelle e tostini di ferro; la macinatura del chicco tostato mediante attrezzi manuali di legno e metallo che mettevano a dura prova polso e gomito; il riscaldamento dell’acqua per l’infusione che poteva contare esclusivamente sulla libera fiamma, fosse anch’essa scaturita dal moderno fornelletto autoestinguente in dotazione alla caffettiera, alimentato con alcol etilico o cherosene raffinato e accesso con fiammiferi al fosforo rosso.

Con la diffusione dell’elettricità il “secolo breve” non risparmierà profonde innovazioni neppure alla preparazione del caffè, con apparecchi domestici che macineranno senza sforzo, altri che scalderanno l’acqua senza fiamma e altri ancora che faranno tutto insieme, infuso compreso. La tostatura non sarà più una complicata incombenza casalinga, affidata ad abili artigiani e poi anche all’industria.

Le varie caffettiere già in uso vennero “aggiornate” avvolgendole con una resistenza alla base, ma intanto si gettava anche uno sguardo ai modelli, materiali e forme delle consorelle maggiori in uso nei locali pubblici. La tendenza delle macchine da bar a influenzare quelle casalinghe si può osservare nei modelli ricavati dagli imponenti apparati che troneggiano sui banconi dei caffè italiani dell’epoca. Snider e La Pavoni a Milano, La Victoria Arduino a Torino e Eterna-Watt a Pavia sono i nomi delle principali ditte che producono queste macchine. Modelli che ispirano anche il design di altre bellissime caffettiere, come le sinuose SIMERAC di Ferrara degli anni Trenta, alcune ricordano vere e proprie “astronavi aliene” con tanto di beccucci erogatori, sfiati e vari spinotti elettrici per adattarsi alle diverse tensioni che coesistevano in Italia.

Gli anni Cinquanta inizieranno con una innovazione che permetterà per la prima volta di degustare al bar l’espresso con la crema. Il sistema “a Pistone” elimina il vapore dall’estrazione della bevanda – che aveva il difetto di conferirle un retrogusto di bruciato – utilizzando la sola acqua bollente spinta con gran pressione attraverso il filtro del macinato tramite un pistone azionato manualmente da una leva. Ritroveremo lo stesso sistema nelle cucine di casa, con i modelli “Gilda” e “Gilda 54”, prodotti dalla Gaggia o con il “Faemina” della Faema, seguiti nel successivo decennio da La Cimbali con la “Microcimbali” e La Pavoni con “Europiccola”, e altre ancora come “Caffomatic”, “Caravel”, “La Peppina”.

Sono questi gli anni del rifiorire di idee e brevetti favoriti dai crescenti livelli di progresso e condizioni di benessere mai conosciuti in passato dagli italiani. Per la prima volta esisteva una vastissima scelta di caffettiere: ai marchi storici si affiancarono nuove aziende e tanti piccoli produttori che commercializzavano anche un solo modello.

Bellezza, praticità, funzionalità furono le nuove parole d’ordine: il disegno industriale perde l’anonimato e diventa design.

Gli anni Settanta riproporranno (così come era già avvenuto nei precedenti anni Dieci, Trenta, Cinquanta e lo sarà poi ancora nei successi anni Novanta del ‘900) la caffettiera-sveglia: al suono del meccanismo, l’apparato riversa in tazza le ultime gocce di caffè appena preparato e accende la abat-jour. È un modesto sogno italiano che si realizza, un alibi tecnologico alla pigrizia mattutina che consente agli “ Ultracorpi ” del caffè di invadere, oltre la cucina, la camera da letto.

Il XXI secolo non ha raffronti verosimili, fiero e forte di elettronica, microprocessori, sensori, materiali high-tech, design e della tanta esperienza dei secoli passati. Propone apparati “smart” in grado di compiere l’intero ciclo di preparazione della bevanda con celato sforzo, con qualità sempre omogenea e con la sicurezza di chi si sente veramente bello perché figlio del Top Designer dell’anno.

Contenere il macinato di caffè in cialde di carta o capsule di alluminio – tostato macinato dosato compresso al punto giusto – consente a tutti di fare lo stesso identico caffè, ma a nessuno di farlo più buono.

Non siamo sicuri che il futuro del rito italiano della preparazione domestica del caffè si rappresenterà solo con l’introduzione di capsule colorate in questi “ Ultracorpi ” luminosi che trattengono avidi in sè il profumo e l’aroma del caffè, destinati – storicamente – a impregnare l’aria e le mura di casa.